Packaging sovradimensionato: quanto materiale utilizziamo inutilmente senza accorgercene?

Nel packaging flessibile pochi grammi sembrano irrilevanti. Moltiplicati per centinaia di migliaia o milioni di pezzi, però, diventano tonnellate di materia prima, costi di acquisto, energia di trasformazione, peso movimentato e rifiuti da gestire a fine vita.

Per questo il packaging sovradimensionato merita attenzione: un imballaggio deve proteggere il prodotto e funzionare nel processo del cliente, ma il materiale oltre il livello necessario non crea automaticamente valore.

Che cos’è un packaging sovradimensionato?

È un imballaggio che, rispetto alla funzione richiesta, utilizza più materiale, peso o volume del necessario.

Nel film flessibile può derivare da:

  • uno spessore storicamente mantenuto “per sicurezza”;
  • specifiche mai riesaminate;
  • margini eccessivi sulle dimensioni;
  • un progetto non più allineato a materiali e processi disponibili oggi.

Attenzione: definirlo sovradimensionato richiede prove.

Un film più spesso può essere indispensabile per resistere a perforazione, carichi, temperature, velocità di confezionamento o saldature critiche.

L’ottimizzazione non si decide a tavolino soltanto guardando i micron.

Il costo nascosto di pochi grammi

Prendiamo una referenza da 25 g prodotta in 2 milioni di pezzi l’anno: sono 50.000 kg di materiale.

Se test e validazione consentissero di scendere a 22,5 g, una riduzione del 10%, il consumo diventerebbe 45.000 kg.

Il risparmio teorico sarebbe quindi di 5.000 kg l’anno.

Il beneficio economico non è solo il costo della materia prima. Meno peso può significare anche meno materiale da movimentare e stoccare e, in alcuni casi, una migliore efficienza logistica.

Il vantaggio ambientale nasce soprattutto dal materiale che non è necessario produrre e trasformare.

infografica packaging sovradimentionato

Downgauging: progettazione, non semplice riduzione

Il downgauging efficace parte dalla funzione.

Si individuano le prestazioni realmente necessarie, si analizzano le cause di eventuali rotture, si studiano formulazione e geometria, si producono campioni e si verificano sul processo reale.

Una riduzione non validata può spostare il costo altrove:

  • più scarti in confezionamento;
  • rotture durante il trasporto;
  • perdita del prodotto.

Questi problemi possono annullare rapidamente il beneficio ottenuto sul packaging.

Il collegamento con il PPWR

Il Regolamento (UE) 2025/40 rende la minimizzazione un principio strutturale della progettazione.

L’Allegato IV indica criteri prestazionali da considerare, tra cui:

  • protezione del prodotto;
  • processi produttivi e di riempimento;
  • logistica;
  • funzionalità;
  • igiene;
  • sicurezza.

Questo approccio è interessante perché supera due estremi:

“Mettiamo qualche micron in più per stare tranquilli” e “Riduciamo a tutti i costi”.

La strada corretta è documentare il livello di materiale necessario alla funzione.

Un metodo pratico di revisione

  • Misurare peso e spessore reali della referenza attuale, non soltanto quelli nominali.
  • Raccogliere dati su rotture, scarti e problemi in linea.
  • Definire quali prestazioni sono davvero critiche.
  • Valutare materiale, formulazione, dimensioni e saldature.
  • Produrre una variante ottimizzata e testarla nelle condizioni reali.
  • Quantificare il risparmio annuo solo dopo la validazione.

L’approccio Teamplast

La riduzione alla fonte è uno dei casi in cui sostenibilità ed economia possono andare nella stessa direzione.

Ma funziona soltanto se è sostenuta dalla tecnica.

L’obiettivo non è vendere una busta più sottile: è progettare una busta che svolga la stessa funzione usando meno risorse quando questo è realmente possibile.

Portaci una referenza: possiamo ragionare insieme su peso, prestazioni e possibilità di ottimizzazione, valutando dove sia possibile ridurre il materiale senza compromettere funzionalità, sicurezza e continuità del processo.